Silenzio: pratica di rinascita individuale e sociale

12 Set, 2016 da

scicli-20Sono sempre più convinta che tutti i cosiddetti “mezzi di comunicazione” non comunichino in realtà un bel niente, non rappresentino uno stimolo di riflessione, ma neppure siano capaci di una vera “messa in relazione”. Vedere ogni giorno gli orrori della guerra su ogni mezzo disponibile non ci ha reso più empatici, al contrario, ci ha reso più insensibili. Comunicare veramente con gli altri oggi, sopraffatti come siamo dalle grida dell’ambiente circostante, ma anche dalle grida interiori, è diventato sempre più difficoltoso. Comunicare significa, infatti, “mettere in comune”, ma cosa? E dove trovo questo qualcosa da condividere attraverso l’atto del comunicare, se non prima dentro di me? E come faccio a trovarlo, se non ascoltandomi? E come faccio ad ascoltarmi se sono sopraffatto dal rumore delle parole vuote che mi circondano, dai pensieri inutili che produco costantemente? Il modo c’è, ed è il Silenzio.

Su questo tema voglio oggi riportare, quale spunto di riflessione, alcuni brani tratti da un agile libretto di Giampiero Comolli che raccoglie i discorsi da lui tenuti in diverse occasioni pubbliche dal 2011 al 2012.

Buona lettura!

Oggi, come si sa, viviamo immersi in un rimbombo continuo di macchine e di voci, tanto che perfino i momenti di eventuale silenzio devono essere occultati da un sottofondo sonoro. Come se il silenzio, non più percepito come portatore di vita, si fosse trasformato in un tabù da evitare, in un’eventualità pericolosa da rifuggire a tutti i costi. Ma come mai?

(…)

Credo che il punto di fondo sia questo: in una società competitiva e in continuo divenire come quella attuale, la mia identità non è più data una volta per tutte, non rimane acquisita stabilmente e socialmente riconosciuta. Diviene sempre più un’identità precaria, a rischio, a tempo determinato. Un’identità, quindi, che per sussistere, per resistere, deve farsi valere, deve essere dichiarata a voce alta, imposta: un po’ come nella foresta equatoriale, in cui tutte le diverse specie di animali emettono con la maggior forza possibile un verso particolarmente distintivo, per far conoscere la propria presenza ai loro simili. Oggi insomma occorre darsi più che mai da fare per proclamare, pretendere, all’occorrenza gridare, chi si è e che cosa si vuole, in modo da conquistare il proprio spazio sociale.

Il che significa, per converso, che se non ti fai sentire, se taci, allora vuol dire che non esisti, non hai identità, sei tagliato fuori, finisci ai margini della storia, fuori dal presente. Chi non ha voce è il dimenticato, il perdente. Il silenzio si fa così sintomo e metafora di marginalità sociale, solitudine, incomprensione, depressione. Da qui anche l’usanza sempre più diffusa della discussione gridata, della contesa a voce alta: si impone, risulta vincente, non chi ha argomenti migliori, bensì chi grida più forte. Mentre colui che parla a voce bassa è per questo solo fatto uno sconfitto. Se non riesce a farsi ascoltare, vuol dire che comunque ha torto, non possiede ragioni sufficienti per farsi prendere in considerazione.

(…)

Eppure oggi assistiamo anche, come per reazione, al diffondersi di nuove forme di raccoglimento silenzioso, dove il silenzio si rivela pratica creativa, spazio innovativo per la vita quotidiana e le relazioni sociali. Da qui il successo significativo di pratiche silenziose come quella della meditazione. O il diffondersi di momenti di silenzio nelle situazioni pubbliche. Fare silenzio, per mettere a tacere le contese, le tensioni e lasciare apparire un nuovo inizio, tornare alla fonte originaria del senso, alle cose stesse.

(…)

Il silenzio dunque come pratica di rifondazione sociale e di rinascita individuale.

Giampiero Comolli

Una luminosa quiete – La ricerca del silenzio nelle pratiche di meditazione

Mimesis Edizioni

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