Fibromialgia: conoscerla meglio

9 Feb, 2017 da

Per capire meglio cosa sia la fibomialgia, si può partire proprio dall’etimologia della parola stessa. Fibromialgia significa che c’è dolore (-algia), sia a livello delle strutture connettivali (fibro-), ovvero tendini e legamenti, sia a livello muscolare (mia-).

Secondo quanto riportato sul Dizionario di Medicina Treccani, per  fibromialgia si intende una patologia extrarticolare generalizzata nella quale non sono dimostrabili danni a carico dei tessuti, caratterizzata da dolori muscolari diffusi associati a rigidità. Si manifesta prevalentemente nella popolazione femminile tra i venti e i cinquanta anni.

La diagnosi non è semplice poiché non esiste ad oggi un test specifico che ne documenti la presenza, anche se è emerso che in questo tipo di malattia si riscontrano valori elevati di BAFF e PAF (due citochine infiammatorie che rappresentano un vero e proprio termometro dell’infiammazione), valori normalmente utilizzati per definire l’infiammazione da cibo e che il miglioramento clinico corrisponde anche ad una loro riduzione.

La fibromialgia viene così diagnosticata attraverso la presenza di dolore diffuso muscolo-scheletrico da almeno tre mesi, su entrambi i lati del corpo e dolorabilità di almeno 11 dei 18 tender points individuati, ovvero punti del corpo che, se premuti, provocano dolore.

Dolore, stanchezza cronica, rigidità, disturbi del sonno e alterazioni dell’umore sono gli elementi base della malattia, ma i sintomi possono essere molto diversi da persona a persona. La persona, infatti, presenta una forma di infiammazione diffusa e i sintomi dipendono dai distretti dove tale infiammazione si esprime, distretti che sono spesso anche quelli nei quali la persona è più debole e possono riguardare l’aspetto muscolare, quello metabolico e quello energetico. Si possono così riscontrare crampi, dolori migranti, vestibolite (infiammazione recidiva del vestibolo vaginale), sindrome del colon irritabile, emicrania.

L’eziologia della malattia non è chiara, vengono infatti proposte cause diverse. Da una carenza centrale di dopamina (sostanza presente nel cervello che regola la percezione del piacere) alle conseguenze dello stress, ad un’ipotesi (quella infiammatoria da cibo o quella tossicologica) che lega la malattia agli effetti di un’alterata relazione con l’ambiente. In molti casi, infatti, è riscontrabile una particolare sensibilità ad alcuni tipi di cibo (intolleranze), ma si sono anche riscontrati effetti dovuti alla presenza di amalgame dentarie o di metalli pesanti.

Individuare le cause diventa ancora più difficile poiché non esiste un singolo fattore scatenante, ma un complesso di fattori che possono essere diversi da persona a persona. Per questo motivo, quello che funziona per un paziente, non funziona per un altro.

Quello che ad oggi è certo è che l’infiammazione giochi un ruolo importante coinvolgendo muscoli, articolazioni e sistema nervoso con possibili riflessi anche sul sistema immunitario e sull’equilibrio ormonale e metabolico.

Si parla, infatti, di infiammazione silente quale probabile causa della fibromialgia (oltre che di una serie di altre malattie degenerative). L’infiammazione silente, così chiamata perché non si accompagna a sintomi in un organo in particolare (c’è ma non si sente), è una condizione che comporta uno stato infiammatorio perenne, di bassa intensità, ma prolungato nel tempo che conduce all’indebolimento del sistema immunitario. Essa non va confusa con l’infiammazione acuta che è alla base di tutte le malattie, perché nasce come meccanismo riparatore di ciò che si è alterato nel corpo.

L’infiammazione silente è legata a tre ormoni pro-infiammatori, che risultano aumentati in caso di fibromialgia: eicosanoidi, insulina, cortisolo.

Un altro punto importante riguarda il cosiddetto “microbiota” intestinale: ristabilire l’integrità e il buon funzionamento dell’intestino è di fondamentale importanza in ogni tipo di patologia, fibromialgia compresa. Diversi studi mettono, infatti, in correlazione malattie reumatiche e stato della flora batterica intestinale.

Ecco, quindi, che un consiglio di base nel trattamento della fibromialgia è proprio quello di riequilibrare come prima cosa l’intestino. Per farlo esistono strumenti diversi: integratori, fitoterapici, semi mucillaginosi, idrocolonterapia, oltre a probiotici utili alla ricostituzione di un sano microbiota.

Occorre anche tener conto che obesità e sovrappeso peggiorano ulteriormente i sintomi della fibromialgia; un buon controllo del peso, pertanto, è importante per una buona qualità della vita nei soggetti fibromialgici. È infatti ormai accertato da molti studi che il grasso viscerale (quello intorno ai visceri addominali e toracici e quello all’interno del muscolo e del fegato) può produrre sostanze favorenti l’infiammazione.

Anche la presenza di intolleranze alimentari è stato dimostrato possa concorrere all’aggravamento dei sintomi. In una ricerca del 2000[1] (Jacobsen et al.) i ricercatori rilevarono un significativo aumento delle citochine nei soggetti intolleranti ai quali veniva somministrato l’alimento cui erano intolleranti (per lo più latte e grano), unito a problematiche di tipo intestinali, cefalea e dolori muscolari. Non dimentichiamo che un incremento delle citochine è stato messo in relazione con ansia, depressione, deficit cognitivi e fibromialgia.

Ulteriori studi[2] hanno anche dimostrato una stretta correlazione tra fibromialgia e gluten sensitivity. L’eliminazione del glutine dalla dieta dei soggetti fibromialgici, pertanto, è diventato di recente un importante intervento di tipo dietetico per migliorare la sintomatologia del paziente fibromialgico

Stante quanto sin qui esposto, appare chiaro come l’alimentazione abbia un impatto fondamentale nel trattamento della fibromialgia, logicamente in abbinamento ad altri tipi di intervento. Occorrerà, infatti, scegliere un’alimentazione in grado di ridurre l’infiammazione dell’organismo, di mantenere in salute il microbiota intestinale, di riportare la persona al suo peso-forma; un’alimentazione che tenga conto delle eventuali intolleranze e sensibilità personali, con l’obiettivo di ricondurre l’organismo verso la riacquisizione della tolleranza.

A tal proposito, Kent Holtorf, MD, direttore medico del Holtorf Medical Group Center for Endocrine, Neurological and Infection Related Illness in Torrance, California afferma che “Siamo al punto di sapere che la dieta gioca un ruolo in questa malattia, ma non la stessa dieta per tutti. E non tutti trovano giovamento nella stessa maniera”.

Il punto importante quindi è che: non è possibile pensare di stilare una dieta uguale per tutti i soggetti da trattare ed attendersi sempre lo stesso risultato clinico. C’è bisogno, in defintiva. di una personalizzazione della dieta.

Dal momento, però, che qualche consiglio di base utile a tutti è sempre possibile offrirlo, se siete interessati all’argomento troverete prossimamente un ulteriore articolo che cercherà di dare qualche idea per un’alimentazione in grado di ridurre l’infiammazione e quindi i sintomi delle persone che soffrono di fibomialgia.

 

[1] Jacobsen M.B. et al. (2000) Relation between food provocation and systemic immune activation in patients with food intolerance. Lancet, 356, 400-401

[2] Isasi C et al. Rheumatol Int. (2014)  34: 1607-1612

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