Evoluzione e crescita personale

27 Mar, 2015 da

mano con piantina dentroIn un mondo in costante e a volte folle cambiamento, ad ognuno di noi viene chiesto di adattarsi sempre più velocemente, viene richiesto, cioè, di evolvere.

Evoluzione“, infatti, più che nel senso consueto di “progresso”, andrebbe più correttamente intesa nel senso biologico di “adattamento all’ambiente“. Perchè solo chi si adatta all’ambiente è destinato alla sopravvivenza.  L’evoluzione, quindi, consisterebbe nello svolgersi da forme inferiori a forme più perfette.

Nelle favole e nei miti di tutti i luoghi e di tutte le epoche ritroviamo molte storie di trasformazione da una forma “inferiore” ad una “superiore” attraverso un cammino che l’eroe percorre, o grazie all’incontro con una donna che ne intravede le potenzialità e lo aiuta a disvelarsi o, ancora, lo accetta per quello che è, riscattandone la bellezza interiore con la propria innocenza, a dispetto della forma esterna.

Quando si parla di evoluzione, non si può prescindere però dal parlare anche di creazione.

Molto spesso, infatti, si è sentito parlare della presunta incompatibilità tra evoluzione (secondo cui le specie viventi si adeguano e si trasformano al mutare delle condizioni ambientali) e creazione (la prospettiva secondo cui tutto proviene da un unico principio ontologicamente buono, per cui ogni cosa, per il solo fatto di essere, è bene; un ottimismo ontologico da cui discende un giudizio di valore sulla vita come dotata di giustizia, razionalità e bellezza).

In realtà ad essere incompatibili o ritenuti tali sono evoluzionismo (dove l’interpretazione dell’evoluzione si fonda unicamente sulla base del nesso di “mutazione casuale + selezione naturale) e creazionismo (la negazione di ogni forma di evoluzione in base alla lettura dei testi biblici per cui si afferma che l’Universo è stato creato in sei giorni e che Adamo ed Eva sono personaggi storici o una sostanziale accettazione dell’evoluzione considerata però come un Progetto Intelligente etero-guidato e in alcuni momenti sospeso per lasciar spazio a interventi diretti di Dio, come nel caso della creazione dell’anima umana, creata da Dio senza alcun concorso dei genitori).

Infatti, come afferma il teologo Vito Mancuso nel suo libro “Il principio passione”, creazione ed evoluzione possono essere composte.

L’evoluzione, per questo teologo e pensatore, deve essere intesa come una modalità di interpretare la creazione e, filosoficamente parlando, anche viceversa, la creazione deve essere intesa come una modalità di interpretare l’evoluzione.

In questo modo, sul piano teologico, è la creazione il dato fondamentale, il punto da cui partire per concepire il mondo e noi; su quello filosofico, invece, il dato fondamentale, nonché il punto di partenza per concepire noi e il mondo, è l’evoluzione.

Occorre, quindi, prendere atto che avvengono in continuazione cose nuove intorno a noi, che esiste un continuo mutare (d’altronde già il filosofo presocratico Eraclito, nell’antica Grecia, diceva panta rei, tutto scorre), c’è un divenire costante che produce progresso ed estinzione. Per questo bisogna prendere atto del dato evolutivo e introdurlo nella propria visione del mondo, nel proprio modo di guardare e pensare il mondo.

Secondo la tesi teologica, perciò, la creazione va pensata come evoluzione, come creatio continua; secondo la tesi filosofica, invece è l’evoluzione a dover essere pensata come creazione, come tendenza della vita verso una progressiva organizzazione, verso un’emersione dal basso di livelli sempre più strutturati di complessità.

Ma come è avvenuto questo cammino evolutivo dalla caverna al grattacielo?

Attraverso la curiosità, che potremmo definire il motore dell’evoluzione in un certo senso e modo di intenderla. È avvenuto attraverso la capacità di porsi delle domande. D’altronde, se oggi siamo qui è anche perché abbiamo delle domande senza risposta e perché sentiamo di aver bisogno di cambiare qualcosa in noi.

Sapete, a questo proposito, secondo la tradizione cinese, come fu che l’uomo scoprì la cottura degli alimenti?

Fu grazie a Fu Xi, il mitico primo imperatore della Cina. Si narra, infatti, che un meteorite avesse colpito la terra e, cadendo, avesse incendiato una foresta. Fu Xi, essendo un uomo molto curioso, si avvicinò al bosco in fiamme nonostante la paura: non aveva, infatti, mai visto il fuoco prima, ma la curiosità ebbe la meglio sulla paura. Attese che le fiamme si calmassero ed entrò nella foresta carbonizzata. Lì sentì il profumo degli animali uccisi e cotti dal fuoco e ne assaggiò un pezzetto, trovando che erano molto più buoni di quelli mangiati crudi. Fu così che scoprì la cottura: grazie alla curiosità che vinse la paura. La paura è funzionale alla sopravvivenza, ma se vogliamo evolvere, non possiamo farci fermare dalla paura e dobbiamo essere curiosi. Come Fu Xi.

Oltre alla curiosità, però, è necessaria un’altra qualità: la fiducia. Si dice, infatti, che l’unica cosa costante nell’Universo sia la trasformazione. La vita è costantemente un salto nel vuoto. Per fare questo salto ci vuole fiducia, per vivere ci vuole fiducia, per non avere paura del cambiamento ci vuole fiducia.

Un’altra caratteristica dell’evoluzione è che non può essere imposta, ma ha strade e tempi per ognuno diversi: nessuno cresce perché lo tiri. Occorre rispettare i tempi di ognuno. Ciò che al massimo si può fare per essere di aiuto nell’evoluzione altrui è mettere a disposizione con umiltà quel che si è imparato, rispettando le scelte degli altri e il punto del cammino in cui sono. Non si può, appunto, “tirarlo”.

Oltre alla curiosità, alla fiducia e al rispetto, per evolvere occorre anche nutrirsi, ma nutrirsi di cosa? Di cose buone e nutrienti, appunto. Sia in senso concreto che metaforico. Quindi di cibo sano, di cibo buono, di pensieri sani, di pensieri buoni, di relazioni sane, di relazioni buone.

Ma di quale evoluzione stiamo anche parlando? Di quale adattamento? A quale trasformazione siamo oggi chiamati?

Credo che l’evoluzione cui siamo sempre stati chiamati, e vieppiù oggi in modo sempre più netto, sia un’evoluzione interiore, personale, un processo di crescita; quel processo di continua trasformazione attraverso il quale ognuno di noi è chiamato a raggiungere e a estrinsecare il suo pieno potenziale.

Possiamo, infatti, definire l’evoluzione come un cammino che l’uomo ha compiuto sin dai tempi più antichi spinto dal bisogno di trovare altro che lo identificasse. E questo “altro” è stato il proprio spirito.

Come scrive Vito Mancuso nel già citato libro “Il principio passione”, le grandi spiritualità e le filosofie classiche hanno sempre conosciuto l’esistenza di quella particolare e raffinatissima forma di energia che è lo spirito.

Per concludere, le grandi tradizioni spirituali e anche alcuni grandi scienziati dei nostri giorni hanno intravisto l’esistenza di una forma di energia non classificabile nei convenzionali parametri di misurazione del movimento, della luminosità,  del calore, eppure altrettanto reale e in grado di produrre un altro tipo di movimento (per esempio l’azione in favore della giustizia), un altro tipo di luminosità (la luce degli occhi), un altro tipo di calore (il calore umano dell’empatia).

Il termine “spirito” è stato coniato da tutte le grandi tradizioni spirituali e filosofiche per nominare questo particolare tipo di energia, capace di compiere lavori particolari quali l’educazione, la riforma morale, la conversione, la preghiera, l’amore come stile di vita, una particolare forma di energia senza mettere in gioco la quale il mondo non svela il suo volto migliore.

È lo spirito che differenzia l’uomo dall’animale. Solo quando il nostro gesto è abitato dal nostro spirito troviamo soddisfazione e unità tra chi siamo e cosa facciamo. Solo quando riusciamo a unire lo spirito al gesto troviamo, infatti, l’armonia. Come dice Osho “solo quando il danzatore diventa danza, essa diviene poesia”.

Per questo motivo, ad esempio, la Medicina Cinese viene chiamata “Medicina dell’Armonia”: perché non separa lo spirito dell’uomo dal resto. “Lo spirito abita nel sangue” – si legge negli antichi testi – e quindi è dappertutto. E la stessa cosa viene condivisa da tutte le antiche tradizioni, come ad esempio quella indiana.

Per questo motivo, chi diventa terapeuta secondo queste tradizioni ha bisogno di dare armonia e, quindi, di vivere l’armonia in prima persona e questo si traduce come prima cosa nel tenersi lontani da quel che ci fa male, a tutti i livelli.

Ma qual è il fine ultimo dell’evoluzione? Possiamo azzardare, partendo dall’osservazione molto empirica della nostra esperienza quotidiana, dicendo: la felicità. Quando, infatti, realizziamo il nostro talento, il potenziale che è in noi, qualunque esso sia, ci sentiamo in armonia e quindi felici.

Il nostro potenziale può essere paragonato ad un seme che aspetta solo di essere attivato, di essere seminato in terra fertile. Solo se i nostri potenziali sono piantati con consapevolezza e scelta, germoglieranno e sbocceranno.

Ecco cos’è, quindi, quello che ci permetterà di vivere su questa terra il nostro talento, di realizzarlo: la consapevolezza.

La consapevolezza è coscienza e la coscienza ha un desiderio naturale di espandersi, di continuare a conoscersi in modi nuovi e diversi.

Chi ha un talento, come si racconta nella famosa parabola del Vangelo, non deve nasconderlo né sprecarlo, deve metterlo a frutto, perché solo così potrà evolvere e questa evoluzione, che è personale, comporterà anche evoluzione per la specie.

Come possiamo a questo punto sostenere questo cammino di evoluzione personale? Per rispondere a questa domanda attendete qualche giorno e in un nuovo articolo proverò a delineare qualche possibile risposta. A presto!

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